NATIVA: fatta per essere… in regime di monopolio. “Scommettiamo”?

Tacciati di «complottismo» e sollecitati a più riprese, attraverso Facebook, da quel “brand” aspirante franchisor della cannabis di Stato, meglio conosciuto con il nome di un marchio registrato dalla NESTLÉ ed improvvisamente balzato agli onori della cronaca per aver palesato l’intenzione di divenire un punto di riferimento nel settore, «come EATALY è riuscita a fare con i prodotti agricoli», rispondiamo quanto segue...

  Cannabis Nativa commenta Million Marijuana March

Cannabis Nativa commenta Million Marijuana March Italia

 

Nessuno sa chi siano costoro e perché godano di così tanta visibilità sui media, dato che, per motivi molto poco comprensibili, preferiscono rimanere anonimi, ma quantomeno avrebbero potuto leggere il nostro articolo con maggiore attenzione ed eventualmente rispondere alle nostre semplici domande, piuttosto che intervenire solo per paragonarsi a «Uber» oppure a «Twitter», disimpegnandosi così da ogni possibile confronto.

Soprattutto, se non avessero anche provato a sminuirci, invocando lo spauracchio della «tesi complottistica», per altro, a sproposito, visto e considerato che sono stati proprio loro stessi ad aver serenamente dichiarato: «magari ci fosse la Nestlé dietro!», è probabile che, da parte nostra, ora, non ci sarebbe stata alcuna necessità di ribadire come nel nostro articolo, in realtà, non solo non abbiamo affatto lasciato intendere «la presenza di Monsanto dietro Nativa» (in caso contrario, ci indichino dove...), ma nemmeno siamo giunti ad alcun’altra conclusione in particolare.

Infatti, come ben evidenziato nell’articolo:

«Non abbiamo prove certe per affermare connessioni tra il gruppo imprenditoriale all'indirizzo web "www.cannabisnativa.it" e la Nestlé, quindi esponiamo quanto trovato in rete senza giungere a conclusioni»

Cioè, assunto che il nome del loro “brand” corrisponda a quello di un marchio registrato dalla NESTLÉ per quanto concerne gli usi previsti dalla classificazione di Nizza nr. 5 e nr. 29, abbiamo semplicemente ritenuto opportuno sottolineare come le similitudini non si limitassero esclusivamente al nome:

«Al seguente link, è possibile scaricare e consultare il pdf del 9° Bollettino della classificazione di Nizza, recante indicazioni per gli utilizzi possibili con le diverse classi, in particolare, abbiamo estratto dalle classi nr. 5 e nr. 29 gli usi attinenti ad un marchio che potrebbe commercializzare cannabis ed eliminando il resto, la coincidenza è sorprendente: http://oami.europa.eu/pdf/mark/iteuronice_notes.pdf»

In altre parole, sebbene ogni classe contenga al suo interno svariati riferimenti merceologici, in alcuni casi anche molto diversi tra loro, la classe 29 – corrispondente, tra le varie mercanzie, a quella degli «ortaggi essiccati» – è senz’altro la classe in cui un “brand” che intenda commercializzare la cannabis fumabile registrerebbe il proprio marchio, così come la classe 5 – corrispondente, tra le varie, a quella delle «sigarette senza tabacco e per uso medico» – prima che divenisse desueta in base a quanto riportato nell’ultimo bollettino della classificazione di Nizza, il Nr. 10.

Decisamente meno pertinente, invece, risulta essere la classe 31 – che loro ora affermano aver utilizzato per registrare il marchio – poiché: «La classe 31 comprende essenzialmente i prodotti della terra che non hanno subito alcuna preparazione per la consumazione, gli animali vivi e le piante vive, nonché gli alimenti per animali. Questa classe comprende in particolare: “i legni grezzi, i cereali grezzi, le uova da covare, i molluschi ed i crostacei vivi», sempre in base a quanto riportato nel bollettino Nr. 10 delle classificazioni di Nizza.
Quindi, poiché lo stesso marchio nominativo può essere registrato da proprietari diversi solo se in classi diverse, è indiscutibile che gli utilizzi del marchio previsti dalla classe 29 siano esclusivo appannaggio della NESTLÉ e che, se pur l’aspirante franchisor della cannabis di Stato decidesse di registrare il proprio marchio in altre classi numeriche della classificazione di Nizza, la nr. 29 rimane comunque maggiormente pertinente all’uso che se ne intende fare rispetto alla classe 31.

La classe 29 riguarda la commercializzazione di vegetali essiccati per uso umano e, come è noto, le infiorescenze femminili di cannabis, sia per conservarle da un raccolto all’altro, sia per fumarle o utilizzarle in infusi ed alimenti, si usano essiccate.

L’aver chiesto chiarimenti è legittimo e nulla centra con il complottismo del quale ci accusano, a maggior ragione considerando i toni con cui abbiamo espresso le nostre perplessità:

«Non traiamo conclusioni e pur non affermando certezze crediamo spetti agli imprenditori di “Nativa” doverci spiegare non solo questa coincidenza ma anche dover rispondere ai quesiti posti nella parte dell’articolo che li riguarda.»

Pertanto, oltre a rivendicare e confermare, fino all’ultima parola, quanto espresso nel nostro precedente articolo, intendiamo anche rilanciare, considerando abbondantemente esplicata la questione del marchio, ma tutt’altro che soddisfatte le nostre domande.

Come abbiamo già spiegato, è nostra opinione che la formula proposta da questo “brand” plausibilmente sottintenda l’ipotesi di uno scenario ben preciso, analogo a quello di altri paesi in cui la presa statale è già stata adottata come modello di regolamentazione della cannabis e dove solo poche società concessionarie sono state autorizzate dal monopolio a gestire l’intero mercato.

In uno scenario del genere, chiunque ambisse ad ottenere licenze commerciali per la vendita al dettaglio, dovrebbe senz’altro rivolgersi alle poche società produttrici e distributrici, non potendo aprire un’attività di questo tipo se non esclusivamente affiliandoci ad uno dei concessionari autorizzati dal monopolio, con l’obbligo di vendere ai loro prezzi, solo le varietà imposte e con le loro tecniche di coltivazione.

Per quanto ci riguarda, fatto salvo il DIRITTO IRRINUNCIABILE di ognuna/o di coltivare le proprie piante di cannabis, individualmente oppure in forma associata, come ben chiarito nella Carta di Genova 2014, agli ARTT. 12, 13 e 14,  mai abbiamo assunto una posizione di chiusura nei confronti del mercato, ma semplicemente ci siamo sempre opposti all’ipotesi del monopolio sulla cannabis a causa dei pericoli che esso comporterebbe. Pertanto, pur non avendo ovviamente nulla di personale contro il “brand” Nativa, non possiamo non constatare come esso rappresenti l’evidenza di quanto sia tangibile e reale il rischio del Monopolio prospettato dall’Intergruppo Cannabis Legale.

Ed è questo il punto: la questione che solleviamo è politica e riguarda il destino di moltissime persone, dato che se questa proposta di legge venisse promulgata senza le opportune modifiche, a partire dalla cancellazione dell’obbligo di comunicare agli uffici del monopolio le proprie generalità ed il luogo esatto della coltivazione individuale, un compromesso definito da molti «necessario», ma che altrove si è già rivelato uno strumento coercitivo quando tale “libertà” è stata revocata e che, a ragion veduta, temiamo possa rivelarsi tale anche qui in Italia, nel caso volessero ancora una volta negarci il Diritto di coltivare le nostre piante ed a vantaggio del profitto di pochi, come abbiamo ampiamente argomentato in ben due approfondimenti sul nostro sito questo mese.

Non regge ed appare piuttosto contraddittorioda parte del “brand” Nativa prendere la distanze dal monopolio, dato che la proposta di legge sulla quale dicono di aver "scommesso" è proprio quella che introdurrebbe il monopolio della cannabis nel nostro paese e senza il quale il loro progetto, molto probabilmente, non avrebbe alcun senso, dato che se tutti potessero coltivare individualmente e/o in forma associata ed a chiunque fossero concesse le licenze di vendita, il ricchissimo mercato descritto alla prima riga della intervista rilascia al magazine "DolceVita online", nel quale affermano di voler investire, non sarebbe poi così ricco e costoro sono imprenditori che mirano al massimo guadagno possibile, mica sono filantropi.

È davvero molto pretenzioso, per non dire sciocco, pensare di poter chiarire la propria posizione rispetto a quanto riportato nel nostro articolo, paragonando il proprio “brand” a «Uber» oppure a «Twitter» e classificando la propria dettagliatissima proposta commerciale come una semplice «scommessa». Ciò che c’è di peggio e che riteniamo molto indicativo del pericolo al quale andremmo incontro se costoro e/o altri soggetti societari simili dovessero mai gestire le concessioni governative in regime di monopolio (e noi fossimo costretti a dover comprare da loro), lo ripetiamo, è l’affermazione con cui intendono chiarire la questione del proprio marchio: «magari ci fosse la Nestlé dietro!». Magari per chi, per cosa e perchè?

La Nestlé è una delle multinazionali più boicottate al mondo ed in tutto il mondo, se cercate su Google tre semplici parole: “Nestlé Crimini Africa”, il motore di ricerca vi restituirà migliaia di link, a partire dal dossier in italiano che documenta le centinaia di infrazioni del Codice UNICEF e OMS in materia di allattamento artificiale e lo stesso accade se digitate “multinazionali pesticidi cancro”, sia se aggiungiate oppure no la parola “tabacco”.

Il nostro ultimo articolo, con la traduzione in italiano dell’allarme lanciato da un noto portale canadese riguardo l’impiego di prodotti nocivi (tra cui, un fungicida della Monsanto di cui non si conosce nemmeno l’esatta composizione chimica) sulle colture di cannabis terapeutica in Canada, operata dalle pochissime società concessionarie e con il benestare del Dipartimento della Salute, avrebbe dovuto fare molto riflettere e, invece, la loro risposta, secondo cui il coinvolgimento di una multinazionale del calibro della Nestlé, nella gestione del mercato della cannabis in Italia, sarebbe a loro avviso addirittura auspicabile, la dice lunga sulla visione dei modelli di produzione agricola e commerciale di riferimento che le persone dietro il “brand” Nativa hanno. Punti di vista ovviamente, è chiaro che non abbiamo certo la stessa visione del nuovo mondo per noi possibile e necessario, così come non condividiamo il loro riferirsi nella intervista a dolce vita al modello EATALY, uno dei templi moderni della precarietà e dello sfruttamento, pubblicamente benedetto da Renzi.

Inoltre, poichè nella stessa intervista affermano anche che: «Non posso entrare nel dettaglio, ma da parte di diversi soggetti che partecipano all’iniziativa c’è sicuramente l’interesse di sollecitare la politica a intraprendere delle iniziative in questo senso», ci chiediamo se l'aver meticolasamente evitato di porre qualsiasi domanda imbarazzante da parte di "DolceVita online", non dipenda proprio dal fatto che l'editore, Matteo Gracis, come egli stesso dichiara sul proprio blog, sia anche il cosiddetto «assistente alla comunicazione del Deputato Federico D’Inca», eletto in Veneto con M5S e membro dell'Intergruppo Cannabis Legale. Del resto, sebbene sia abbastanza noto, è bene ricordare come sia stato proprio il Movimento 5 Stelle ad insistere fortemente affinchè fosse previsto l'obbligo di comunicazione al monopolio delle generalità e del luogo esatto di coltivazione per chiunque intenda avvalersi dell'opportunità di auto-produrre la propria cannabis.

Probabilmente, ci accuseranno ancora di essere "complottisti" e di praticare dietrologia, ma questo non ci impedirà di fare un altro esempio, citando ancora una volta il Canada, dato che in merito alla questione del monopolio sulla cannabis continua ad evidenziare sorprendenti coincidenze, che suonano quasi come fattori premonitori, funesti presagi sufficienti a consigliarci di correre ai ripari prevenendoli, invece di doverne poi provare a ridurre i danni una volta che la frittata è ormai fatta. Ci riferiamo all'esempio di una delle più grandi e potenti società concessionarie canadesi, la Tweed Marijuana Inc., il cui co-fondatore, Chuck Rifici, è un membro del Consiglio Direttivo del Partito Liberale canadese ed acerrimo nemico dei dispensari privati, che attraverso la sua società e facendo leva sul proprio ruolo politico, sta facendo di tutto per decretarne la chiusura, a maggior ragione ora che è in discussione la possibile apertura al mercato della cannabis "ricreativa".

Gradiremmo quindi che Nativa rispondesse a queste quattro domande se vogliono e possono farlo:

  • Chi sono questi politici con i quali lasciano comprendere di esercitare pressioni di lobbying?
  • Alcuni di questi politici dell’Intergruppo e nel caso ci dicano chi, sono coinvolti nell’AFFARE?
  • Quale è il nome della società che gestirebbe questo affare e chi sono i soci, perché tanta segretezza se non ci fosse nulla di imbarazzante da nascondere?

Visto che poi non si comprenderebbe altrimenti perché un imprenditore dovrebbe affiliarsi a loro ed a quei prezzi, se chiunque potesse accedere alle concessioni governative quando e se la legge venisse varata, la quarta domanda è:

  • Come fanno a essere sicuri che le concessioni governative saranno poche prima ancora del varo della legge e come fanno a sapere già da ora che loro la avranno, tanto da poterla cedere in sub appalto con il meccanismo del franchising?

Non ci rassegneremo in silenzio e senza lottare al rischio di finire in galera in moltissimi/e per coltivazione di cannabis sotto il regime di monopolio che stanno preparando, funzionale solo a produrre vertiginosi profitti per pochi, dopo anni di lotte contro la 309/90 e la 49/06.

Lo abbiamo detto e lo ripetiamo: via le comunicazioni per le coltivazioni individuali o presto lanceremo la mobilitazione che porterà ad una enorme manifestazione contro la proposta dell’Intergruppo, che potremmo invece sostenere come mediazione accettabile, se vi fossero sufficienti garanzie a salvaguardia del diritto alla autoproduzione personale in forma singola o associata.

Non ci accontentiamo di pacche sulla spalla, avranno pure commissionato indagini di mercato, ma incentrate su target sbagliati, che non considerano il consapevole antiproibizionismo dell’area antagonista autorganizzata e prova ne è la loro ultima frase, con la quale tentano di fare propri dei codici non esattamente tipici del loro ambiente manageriale, inscenando una patetica mascherata che a Roma si dice “PARRUCCATA”, vedi la loro ultima dichiarazione: «da parte nostra sempre respect per Million Marijuana March!».

Million Marijuana March (Italia)

 

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